L’inclusione sociale è uno dei principi fondamentali di una società giusta, perché garantisce pari opportunità e diritti a tutte le persone, indipendentemente dalle loro condizioni economiche, culturali o fisiche. Essere inclusivi significa creare un contesto in cui ogni individuo possa esprimersi liberamente, partecipare alla vita sociale ed essere riconosciuto nella propria dignità, senza subire discriminazioni.
In questo percorso di crescita culturale si inserisce anche l’evoluzione del linguaggio costituzionale. Il disegno di legge costituzionale esaminato dalla Commissione Affari costituzionali del Senato il 17 giugno 2026 propone, tra le altre modifiche, di sostituire nell’articolo 38 della Costituzione il termine “minorati” con “persone con disabilità”, segnando un cambiamento importante non solo sul piano giuridico, ma anche su quello culturale e simbolico. Si tratta di una proposta che riflette un’evoluzione del linguaggio istituzionale e sociale, orientata a riconoscere la persona prima della sua condizione.
Nel testo costituzionale, ogni parola ha un peso particolare. Le espressioni utilizzate nelle norme hanno infatti un forte valore pubblico, perché rispecchiano il modo in cui lo Stato si rivolge ai cittadini. Per questo, la scelta di aggiornare il linguaggio assume un significato che va oltre la semplice revisione lessicale. Un lessico rispettoso e aggiornato può favorire una maggiore consapevolezza sociale e contribuire a ridurre forme di discriminazione implicita. Sostituire quindi un’espressione ormai superata con una formulazione più attenta alla dignità della persona significa rafforzare una visione inclusiva e moderna dei diritti.
In questo quadro, la riforma assume un valore duplice: da un lato aggiorna un’espressione non più coerente con il linguaggio contemporaneo; dall’altro consolida un’idea di cittadinanza fondata sulla centralità della persona e sulla piena inclusione. Il linguaggio delle istituzioni deve essere all’altezza dei principi che intende rappresentare. È un passaggio che conferma come anche le parole, nelle istituzioni, possano essere strumenti di uguaglianza e di rispetto





